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Tutti i leoni viventi in Africa, pur con notevoli differenze di dimensioni, mantello e criniera nelle diverse varietà, sono detti leoni africani (Panthera leo leo); mentre i duecentocinquanta leoni che sopravvivono, protetti dalla legge, nella famosa foresta di Gir (penisola di Kathiawar, India) sono detti leoni asiatici (Panthera leo persica) e rappresentano gli ultimi resti di una grande popolazione - certamente con considerevoli varianti regionali - che si estendeva nella Turchia, in Persia, in Arabia, nell'Afghanistan, nel Pakistan e in buona parte della penisola indiana. In tempi storici i leoni arrivavano fino alla Palestina, alla Macedonia e alla Grecia, dove Sansone, Ercole e altri personaggi storici o mitologici combatterono con queste fiere. Le pitture rupestri delle caverne cantabriche, come le ossa fossili identificate dai paleozoologi, attestano che il leone visse in epoca preistorica anche nella penisola iberica, anche se si trattava di una specie diversa, il leone delle caverne. In prossimità di uno qualsiasi dei kopjes del Serengeti dove risiede un branco di questi grossi Felidi, nessuno potrebbe pensare che il leone africano sia una specie zoologica fortemente decimata e scacciata da buona parte del suo antico impero. Questa regione è il paradiso dei leoni, un parco naturale di un milione e mezzo di ettari che ospita un milione di Ungulati, a spese dei quali prospera una popolazione di circa mille leoni. Solo un secolo fa le stesse condizioni prevalevano in tutto il continente africano, dal Mediterraneo al Capo di Buona Speranza, salvo i deserti e le foreste equatoriali. Il leone era il padrone indiscusso di savane, praterie, steppe, colline e pendici delle montagne. Dovunque la vegetazione non fosse troppo fitta o l'acqua troppo scarsa, risonavano sotto le stelle africane i ruggiti del re degli animali. Forse per questo qualcuno ha definito il ruggito del leone, la voce dell'Africa. Il declino del leone africano ha avuto inizio nella parte settentrionale del continente, in Tunisia, in Algeria e in Marocco, dove era relativamente abbondante fino al secolo XVI, arrivando fino ai litorali mediterraneo e atlantico. Ma gradatamente i bei leoni marocchini dalla criniera nera dovettero ritirarsi sulle regioni montuose dell'Atlante, abbandonando le pianure costiere. La costruzione delle strade, il miglioramento delle tecniche armentizie, la caccia sistematica con armi da fuoco e la scomparsa degli alcelafi africani e di altre prede naturali tolsero ai leoni la possibilità di vivere della fauna selvatica, spingendoli a cacciare quasi esclusivamente animali domestici. I pastori e le autorità rurali dichiararono perciò al leone una guerra a morte. Fra il 1873 e il 1883 in Algeria furono "ufficialmente" abbattuti duecentodue leoni. L'ultimo leone algerino venne ucciso a Souk Aharas nel 1891. Nel Marocco, i leoni trovarono più a lungo un rifugio nei boschi del Medio Atlante, dove sopravvissero fino al 1922. Ma la civiltà e la pressione umana sterminarono il leone nell'Africa settentrionale, così come avvenne nel Sud, nelle regioni destinate alla coltivazione e al pascolo, per opera dei coloni boeri e inglesi. Oggi le ultime roccheforti - in verità vaste e sicure - della grande popolazione del leone africano si trovano nelle riserve dell'Africa centrale e orientale. Nel Parco Kruger, nel Kalahari e in altri "santuari" sudafricani sopravvivono importanti gruppi di leoni, ma assai dispersi. La specie del leone è prolifica e si adatta facilmente, per cui, se la protezione attuale continuerà, udremo per molti anni ancora la grandiosa "voce dell'Africa" del leone. |